Visualizzazione post con etichetta Siria rivoluzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Siria rivoluzione. Mostra tutti i post

sabato 7 gennaio 2012

Siria, detenuti nascosti sulle navi


Il regime vorrebbe così evitare visite degli osservatori della Lega Araba
0
DAMASCO - Circa centomila siriani sono attualmente nelle carceri del regime di Damasco, e molti di loro sono stati trasferiti a bordo di navi a largo della costa siriana per evitare le visite degli osservatori della Lega Araba attualmente presenti nel Paese. Lo ha detto Burhan Ghalioun, presidente del Consiglio nazionale siriano, citato stamani da quasi tutti i giornali arabi e panarabi.
«Le autorità siriane detengono cento mila persone, alcuni nelle basi dell'esercito e altri a bordo di navi vicino alle coste siriane», ha detto Ghalioun citato da as Safir, principale quotidiano libanese.
Nei giorni scorsi Human Rights Watch aveva denunciato, riportando le testimonianze di guardie carcerarie e membri delle forze di sicurezza disertori, il trasferimento di centinaia, e forse migliaia, di detenuti politici, finiti dietro le sbarre dal 15 marzo ad oggi, in caserme e siti militari nella regione di Homs.
Secondo il protocollo firmato al Cairo tra Lega Araba e Damasco, i delegati arabi possono recarsi nelle prigioni ma non nei siti militari.

Siria: esplode oleodotto, accuse reciproche tra Governo e forze d’opposizione

    di  .  Scritto  il  9 dic 2011  alle  9:47.

Sono ancora incerte le cause dell’esplosione di un oleodotto, avvenuta giovedì, nei pressi di . SANA (Syrian Arab News Agency) ha definito l’accaduto “un atto di sabotaggio pianificato da un gruppo armato terroristico”.
Numerosi attivisti accusano invece le milizie governative, che avrebbero inscenato il sabotaggio per far ricadere la colpa sul movimento di protesta. Alcuni testimoni riferiscono che i media siriani sono giunti all’impianto petrolifero dopo solo pochi minuti.
Sul web sono apparsi due video confermerebbero il coinvolgimento delle forze armate siriane. Nel primo video, della durata di 40 secondi, viene ripreso l’oleodotto attaccato da veicoli blindati. Nel secondo s’intravedono fiamme e nuvole di fumo, mentre in sottofondo il videomaker spiega che il sabotaggio è opera degli uomini di .
Intanto le violenze continuano nel paese. Giovedì tre civili sono stati uccisi a Idlib e altri 10 a Homs. Ad al-Houleh, un quartiere di Homs, sei persone sono state ferite durante una sparatoria tra manifestanti e forze di sicurezza. L’Esercito ha fatto irruzione nel villaggio di al-Teebeh, nei pressi di Daara, distruggendo le abitazioni degli attivisti.

Fantascenari da Siria accerchiata. Ma in pochi aiutano la resistenza anti-Assad

16 dicembre 2011

  Trombetta


Beirut

Due auto civili con targa turca sono state prese di mira in territorio siriano, nella regione frontaliera di Idlib, da uomini armati che non indossavano la divisa. La testimonianza è rilasciata all’agenzia Anadolu dagli stessi due cittadini turchi che affermano di esser stati attaccati a 15 chilometri di distanza dal capoluogo Idlib mentre erano diretti, via Siria, in Arabia Saudita. L’episodio è esemplare per introdurre la domanda: chi opera armato nelle regioni frontaliere della Siria? Il regime di Damasco sin dall’inizio delle proteste ha puntato il dito contro bande di terroristi finanziati e armati dai paesi confinanti, giustificando così il fatto che gli epicentri della rivolta sono tutti a ridosso delle frontiere con la Giordania (Daraa), col Libano (Homs) e con la Turchia (Idlib). La geografia della Siria attuale mostra però come tutti i principali centri urbani siano distanti poche decine di chilometri dalle frontiere: Damasco è a sessanta chilometri dalle alture occupate del Golan e a quaranta dal confine libanese; Aleppo è a sessanta dal confine turco; Hama, che è più all’interno, è lontana appena cinquanta chilometri in linea d’aria dal Libano, mentre Latakia sulla costa è a due passi dalla frontiera turca. Per trovare un centro abitato di rilievo distante più di cento chilometri dal confine più prossimo bisogna spostarsi al centro (Palmira), a est (Dayr az Zor) e al nord (Raqqa).
Se la Siria è in rivolta, non lo è necessariamente a causa di presunti infiltrati dai paesi vicini.
Anzi, le accese proteste e le massicce manifestazioni verificatesi in questi dieci mesi anche a Hama, Dayr az Zor e Palmira contribuiscono a dimostrare il carattere endogeno del movimento.
Da Idlib a Daraa, la giornata di ieri ha offerto un altro spunto per cercare di rispondere alla domanda cruciale su chi spara in Siria oggi: 27 soldati dell’esercito fedele al presidente Bashar al Assad sono stati uccisi in un agguato da disertori.
Se confermato, si tratta del colpo più sanguinoso inflitto dall’ormai attiva resistenza siriana contro il regime di Damasco. E ancora: mercoledì scorso sei siriani tra cui un bambino di nove anni e due libanesi sono stati feriti – e poi trasportati in un ospedale del nord del Libano – a ridosso della frontiera da colpi sparati dalle forze lealiste.
Da più parti si leggono in queste settimane fantasiose ricostruzioni di scenari bellici, secondo cui le forze occidentali – Nato, mercenari libici, soldati Usa, milizie salafite filo-saudite – starebbero stringendo d’assedio la Siria degli Assad, addensando truppe irregolari, o regolari sotto copertura, ai confini giordano e turco, il cui primo compito è fornire assistenza alle milizie siriane già operative nel territorio, addestrarle e armarle.
C’è chi parla esplicitamente di “scenario libico”, facendo assurgere la recentissima guerra di Libia come paradigma dell’interventismo occidentale contemporaneo nella regione, che ha invece una storia assai più antica e che, soprattutto, si è declinato in forme anche molto diverse fra loro. In questo senso, istruttivo e meritorio è il lavoro di alcuni giornalisti arabi che nelle ultime settimane si sono recati di persona a ridosso delle quattro frontiere aperte della Siria a cercare conferme o smentite degli scenari tracciati a tavolino dai presunti analisti comodamente seduti sulle loro sedie in Europa e Nordamerica.
Secondo i reportage di Afif Diab dalla Beqaa libanese, di Suleiman al Khalidi dall’Hatay turco, di un collaboratore anonimo della Reuters e di Mohammed ben Hussein dalla frontiera giordana, si apprende che da ottobre scorso ad alcuni reparti di disertori siriani si sono uniti gruppi di civili delle regioni più colpite dalla violenza e dall’occupazione militare (Idlib, Homs, Daraa, alcuni sobborghi di Damasco). Le armi a loro disposizione sono fucili e lanciagranate e provengono per lo più dal Libano e dall’Iraq. Dal Libano le armi sono arrivate già dai primi mesi delle proteste e della repressione grazie a una collaudata rete di trafficanti siro-libanesi, operativa sin dalla guerra civile (1975-90). Dall’Iraq fucili e altri armamenti leggeri hanno cominciato ad affluire più di recente, grazie ai forti legami tribali trans-frontalieri.
E se dal governo turco per ora arriva solo sostegno politico e logistico al comando dell’esercito siriano libero basato in Hatay, le armi passano a Idlib tramite commercianti locali.
Le fonti dei reportage sono trafficanti di armi, un leader tribale iracheno-siriano, attivisti anti-regime e un diplomatico di stanza a Damasco.
Dalle loro confidenze emerge anche che l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo finanziano parte di questo traffico, ma che gran parte dell’arsenale usato contro le forze lealiste dai militari unitisi alla rivolta e dagli attivisti arriva dall’interno: non solo durante le razzie seguite agli agguati, ma soprattutto corrompendo a vari livelli ufficiali dell’esercito e dei servizi di sicurezza.
Nonostante l’afflusso di armi leggere, lo squilibrio tra le forze in campo è più che evidente: le defezioni, simbolicamente importanti, sono numericamente insignificanti. La resistenza siriana riesce ora a ottenere risultati colpendo le truppe regolari in operazioni mordi-e-fuggi, in aree densamente abitate dove i tank avanzano con difficoltà, ma nessuna Bengasi siriana si è creata in questi lunghi dieci mesi. A sparare ai due cittadini turchi saranno dunque state le milizie siriane lealiste (shabbiha) in abiti civili, ma forse i due autisti non erano in viaggio di piacere nella Siria in fermento, quanto piuttosto corrieri d’armi o spalleggiatori turchi della neonata resistenza siriana.

SIRIA, I SOLDATI DI ASSAD A CACCIA DI DISERTORI NELLE STRADE DI DAMASCO

Da "L' UNITA'" di lunedì 2 gennaio 2012
Siria, i soldati di Assad a caccia di disertori nelle strade di Damasco Ormai si combatte anche nella capitale, mentre continuano le manifestazioni Intanto l`opposizione lavora ad una «road map» per il dopo-regime UMBERTO DE GIOVANNANGELI udegiovannangeli@unita.it li spari riecheggiano in quelle vie trasformate in un campo di battaglia.
Gli scontri si susseguono da due giorni e investono interi quartieri della capitale siriana. A fronteggiarsi sono le forze lealiste e centinaia di disertori. È la battaglia di Damasco.
L`ordine ricevuto dalle truppe fedeli al presidente Bashar al-Assad è perentorio:
stanare i disertori, arrestarli, anche se ciò significa agire casa per casa. Un video su YouTube mostra un gruppo di soldati fare irruzione in una casa di Damasco e trascinare fuori il corpo senza vita di un uomo.
E in questo scenario di guerra totale, il parlamento della Lega Araba, organo consultivo dell`organizzazione panaraba, ha chiesto ieri il ritiro degli osservatori dalla Siria, denunciando la repressione ancora in atto nel Paese nonostante la presenza dei rappresentanti dell`organizzazione panaraba. Il Presidente dell`Assemblea, Salem al-Diqbassi, ha rivolto un appello al segretario generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi perchè «ritiri immediatamente gli osservatori arabi, visto che il regime siriano continua a uccidere civili innocenti». Le azioni di Damasco, ha denunciato in un comunicato, «rappresentano una chiara violazione del protocollo della Lega araba che punta a proteggere il popolo siriano».
CRESCENDO DI VIOLENZA «Quello che stiamo vedendo è un crescendo di violenza, sempre più persone uccise, compresi i bambini, e tutto questo in presenza degli osservatori della Lega Araba», ha aggiunto al-Diqbassi che ha insistito su un punto: «Tutto quello che sta avvenendo alla presenza della missione di osservatori sta facendo crescere la rabbia della gente araba e inficia la ragione stessa per cui si è deciso di inviare una missione di questo tipo»; in questo modo, denuncia sempre al-Diqbassi, si rischia di fornire al regime siriano «una copertura» che gli permette di compiere crimini «sotto gli occhi della Lega Araba». Da quando è iniziata la missione degli osservatori fonti indipendenti hanno contato ben 286 morti: otto solo ieri.
Venerdì scorso, sempre alla periferia di Damasco, si erano registrati violenti scontri tra le forze di sicurezza e i manifestanti anti regime. Gli agenti hanno fatto uso di bombe imbottite di chiodi, di gas lacrimogeni e di granate per disperdere oltre 60mila manifestanti.
I dimostranti hanno risposto con lanci di pietre e 24 di loro sono rimasti feriti. A riferirlo è l`Osservatorio siriano per i diritti dell`uomo (Osdh). Cronaca di guerra: tre civili sono stati uccisi ieri da proiettili delle forze di sicurezza, mentre i cadaveri di quattro civili, arrestati e poi uccisi in carcere, alcuni con evidenti segni di tortura, sono stati restituiti ai loro familiari, annuncia l`opposizione, che parla anche di manifestazioni spontanee per il Capodanno e contro il regime inscenate simultaneamente l`al- tra notte a Idleb, Aleppo, Zabadani (non lontano da Damasco), Deraa e Qameshli. In un comunicato i Comitato locali di coordinamento, che organizza sul terreno le manifestazioni anti-regime, stilano un bilancio di 5.862 civili uccisi nel 2011, inclusi 395 bambini, dalle forze di sicurezza nella repressione delle manifestazioni.
Dal campo di battaglia a quello politico.
I rappresentanti del Consiglio nazionale siriano (Cns) e del Comitato nazionale per il cambiamento democratico (Cncd) - i maggiori gruppi di opposizione siriani - hanno annunciato la firma, venerdì sera al Cairo, di una bozza d`accordo su come realizzare una democrazia dopo la caduta del regime baathista. L`accordo «definisce i principi della lotta democratica per il periodo di transizione" della Siria verso un Stato democratico, indica il Cncd in un comunicato, aggiungendo che questo "periodo di transizione inizierà alla caduta del regime» del presidente Bashar al-Assad. Questo accordo «rifiuta ogni intervento militare che possa attentare alla sovranità e all`indipendenza del Paese», ha detto ancora il Cncd. Inoltre, sottolinea che «l`intervento arabo non è considerato come un intervento straniero» e afferma la necessità di «proteggere i civili con tutti i mezzi legali».
L`accordo è stato firmato dal capo del Cns Burhan Ghaliun e da un membro del Cncd, Haytham Manaa, dopo «oltre un mese di discussioni tra i dirigenti dei due gruppi, per l`edificazione di uno Stato civile e democratico».
È la prima volta dall`inizio della rivolta popolare, (Marzo 2011) , che le opposizioni siriane trovano una intesa su una road map per il dopo-Assad.
Un segnale atteso dalla comunità internazionale.•• Bilancio di sangue Nel 2011 i morti civili sarebbero stati 5800, di cui 395 bambini Durante le proteste ad Adlb i manifestanti si coprono la faccia per i lacrimogeni lanciati dalle forze di sicurezza [.]

HAMAS CAMBIA PELLE, NOME E MOLLA LA SIRIA


Il movimento islamico palestinese si trasforma e sceglie una linea meno militante. I suoi leader si riposizionano in Medio Oriente e abbandonano il siriano Assad per abbracciare il turco Erdogan.

MICHELE GIORGIO
Gerusalemme, 03 gennaio 2012, Nena News (nella foto a sinistra il premier di Hamas Ismail Haniyeh assieme all’omologo turco Recep Erdogan) – Hamas dice addio a Damasco. Il movimento islamico palestinese non lo confermerà mai ufficialmente, ma l’abbandono della capitale siriana, per molti anni sua roccaforte in esilio, è una decisione già presa dal consiglio della Shura e dal capo del politburo Khaled Mashaal.
Certo, un ufficio locale rimarrà operativo in Siria ma l’assenza di una tappa a Damasco nel tour che sta svolgendo nella regione il premier di Gaza, Ismail Haniyeh, spiega tutto senza bisogno di un annuncio ufficiale. Non solo. Il premier di Hamas domenica scorsa è stato accolto con tutti gli onori in Turchia dal premier Erdogan e dal ministro degli esteri Davutoglu, a conferma delle relazioni sempre più strette con gli islamisti turchi, ora avversari implacabili del presidente siriano Bashar Assad.
Secondo la stampa araba e in particolare il quotidiano libanese al Akhbar, 200 «impiegati» dell’ufficio di Hamas hanno già lasciato Damasco per Turchia, Libano, Qatar, Sudan e Egitto. I loro familiari in possesso di documenti giordani si sono trasferiti ad Amman, i rimanenti hanno raggiunto altre capitali. Mashaal e il suo vice Musa Abu Marzouq sono ufficialmente ancora in Siria ma trascorrono più tempo fuori che a Damasco. E si dice che il Qatar sia pronto a versare generose donazioni nelle casse vuote giordane se il regno hashemita tornerà ad accogliere la leadership di Hamas (come prima del 1999). Amman smentisce, ma pare che la trattativa sia aperta.
La (quasi) guerra civile siriana, con lo scontro aperto in varie aree del paese tra la maggioranza sunnita e i militari del regime di Bashar Assad dominato dalla minoranza alawita, ha messo alle strette i dirigenti di Hamas. Una fonte giornalistica di Gaza molto vicina al movimento islamico ha detto al manifesto che i Fratelli musulmani siriani hanno chiesto ai loro compagni palestinesi di negare appoggio allo «sciita» Assad. Anche perché la situazione sul terreno indica che in Siria – come in Tunisia, Marocco, Libia ed Egitto – le forze islamiste sunnite presto arriveranno al potere. «La decisione di prendere le distanze da Assad – aggiunge la fonte – si inserisce in un processo di trasformazione di Hamas in senso pragmatico, voluto da Mashaal e Haniyeh».
Hamas in sostanza vuole darsi una veste più politica e meno militante – pur senza rinunciare pubblicamente alla lotta armata né riconoscere apertamente Israele, come gli chiedono Usa e Unione europea – di fronte ai cambiamenti provocati dalle rivolte arabe nel 2011 che, avviate da movimenti e forze laiche contro tiranni e dittatori, hanno aperto la strada del potere ai partiti islamisti. Nuove leadership arabe non antagoniste degli interessi americani nella regione, come prova la Libia post-Gheddafi. E l’Amministrazione Obama ha già ricambiato con aperture inimmaginabili negli otto anni di George W. Bush alla Casa Bianca. D’altronde Washington è alleata da decenni di monarchie «feudali» arabe che impongono nei loro paesi modelli sociali e culturali ben più chiusi di quelli proposti dalla Fratellanza islamica.
La tendenza in corso, scommette Mashaal, è destinata ad arrivare anche nei Territori occupati. Da qui la decisione di accellerare la riconciliazione con l’Anp di Abu Mazen e dare il via libera alle elezioni legislative e presidenziali, che dovrebbero tenersi il prossimo maggio. Hamas è abbastanza sicuro di poter bissare il successo del 2006 e ha buone speranze di conquistare anche la presidenza palestinese se, come sembra, Abu Mazen si farà da parte e i rivali di Fatah non riusciranno a candidare il loro dirigente più popolare, Marwan Barghouti, in carcere in Israele da quasi 10 anni: Benyanim Netanyahu non lo volle scarcerare nel quadro del recente scambio tra il soldato Ghilad Shalit e centinaia di detenuti palestinesi.
Nel processo di trasformazione rientra anche l’ordine dato da Mashaal di fermare i lanci di razzi da Gaza verso Israele. E il probabile cambio del nome del movimento in «Fratelli musulmani della Palestina» – coerente con il recente passo compiuto da Hamas di rendersi autonomo dalla Fratellanza giordana. Sollecitato con gran forza da Erdogan e Davutoglu e volto a lanciare segnali concilianti a Stati Uniti ed Europa, l’ammorbidimento di Hamas si scontra però con il rifiuto di Israele a qualsiasi apertura se non preceduta dal suo riconoscimento pieno da parte degli islamisti palestinesi. Sul quotidiano Haaretz l’analista Gideon Levy commenta: «Invece di incoraggiare la moderazione, autentica o immaginaria, strategica o tattica, Israele si affretta a stroncarla alla nascita».

Siria le forze in campo - 1

di Sergio Cararo, Contropiano

miliziani kalashnikovA Tunisi si riuniscono gli “oppositori” ad Assad. A Daraa uccisi dai miliziani 27 soldati e poliziotti. Sul campo centinaia di combattenti addestrati da Usa e Nato. Fiumi di armi dall’estero. Ormai è una guerra, con molti zampini dietro. Piccolo dossier con i servizi di Nena News, Sole 24 Ore, Global Research.

Il Consiglio nazionale siriano (Cns), che rappresenta diverse forze dell'opposizione al regime del presidente siriano Bashar al-Assad, si riunirà domani sera a Tunisi per il suo primo congresso. Lo ha annunciato all’agenzia Adn/Kronos un esponente del Cns, Abdallah al-Turkmani, il quale ha precisato che l'evento si aprirà venerdì sera in presenza del nostro leader, Burhan Ghalioun, del presidente tunisino, Moncef Marzouqi, e di circa 200 membri del Cns provenienti dalla Siria e da altri Paesi, oltre a un certo numero di ospiti e di “attivisti per i diritti umani”. Turkmani ha sottolineato che «il 17 e il 18 dicembre si svolgeranno riunioni a porte chiuse, che si concluderanno con una conferenza stampa lunedì mattina». Tra gli argomenti in agenda, «la presentazione e il varo del programma politico del Cns, la presa in esame di una serie di documenti e delle relazioni delle commissioni speciali». Il Cns è stato creato tre mesi fa in Turchia e riunisce parte delle forze che si oppongono al governo di Damasco.

In Siria intanto è di 27 morti tra soldati dell'esercito regolare siriano e forze di sicurezza il bilancio di un attacco sferrato all'alba da alcuni gruppi di miliziani armati anti-Assad (tra cui ci sono circa 600 miliziani libici del Cnt) nella provincia di Daraa, nel sud della Siria. Lo ha riferito una nota degli attivisti dell'Osservatorio siriano per i diritti umani. Secondo l'organizzazione che ha sede a Londra, i miliziani hanno attaccato le forze lealiste in due zone di Daraa, città da cui è partita la rivolta contro il presidente Bashar al-Assad, e a un checkpoint fuori città. Viene intanto confermato che truppe americane e della Nato stanno addestrando le milizie dell'opposizione siriana al presidente Bashar al-Assad nella citta' di Hakkari, nel sud est della Turchia, vicino al confine siriano. E' quanto ha svelato un'ex impiegata dell'Fbi, Sibel Edmonds, citando fonti turche e statunitensi. Secondo quanto riporta il quotidiano turco 'Milliyet', per la Edmonds l'addestramento dei ribelli siriani, che sotto il colonnello disertore Riad al-Assad hanno formato l'Esercito siriano libero, è iniziato a maggio. La Edmonds ha quindi aggiunto che gli Stati Uniti sono coinvolti nel traffico di armi verso la Siria dalla base militare di Incirlik in Turchia. Washington, ha aggiunto, provvede anche a fornire un supporto finanziario ai ribelli impegnati a rovesciare l'attuale regime di Damasco.

Cosa sta accadendo in Siria?

di Angela Zurzolowww.osservatorioiraq.it

Bashar-Assad-w300Cosa sta accadendo in Siria?

Non c'è ombra di dubbio che in Siria ormai è in corso una guerra civile. Persino sulla stampa occidentale si scrive che c'è un esercito siriano cosiddetto ‘libero’ che spara e uccide, e questo esercito siriano libero è appoggiato dalla Turchia, dall'Occidente. Ankara si riserva persino il diritto di istituire una sorta di ‘zona franca’ nell'ambito del territorio siriano, si riserva cioè il diritto di invadere il territorio siriano. A sua volta la Francia pronuncia la minaccia di istituire un cosiddetto ‘corridoio umanitario’, sempre a danno della sovranità siriana. Quindi, qualunque sia la posizione che noi assumiamo, dobbiamo prendere atto del fatto che è in corso una guerra da una parte e dall'altra, e che la parte che si è rivoltata contro Assad è appoggiata anche sul piano militare dalla strapotenza militare dell’Occidente e della stessa Turchia.
E, invece, su «La Stampa», così come sul «Corriere della Sera» e sugli organi di stampa più diffusi, e alla televisione leggiamo e sentiamo continuamente la tesi secondo cui in Siria ci sarebbe semplicemente una repressione sanguinaria, cieca, contro una popolazione civile che manifesta in modo pacifico.
Questa è una manipolazione che risulta dagli stessi organi di stampa occidentali, se noi li leggiamo con attenzione, e questa manipolazione così ossessiva, così ripetuta, così insistita, trova un precedente soltanto nelle manipolazioni di Goebbels.

Come commenta i dati Onu sulle violazioni dei diritti umani in Siria?

Intanto, non è che queste agenzie, come Amnesty International o Human Rights Watch su cui spesso si fonda anche l'Onu, siano al di sopra di ogni sospetto. Non è per niente così. E quindi io non escludo affatto che ci siano violazioni dei diritti umani da parte del governo di Assad, così come non escludo affatto che ci siano state violazioni dei diritti umani da parte di Gheddafi, ma la manipolazione consiste nel fatto di tacere che dolorose violazioni dei diritti umani ci sono state e ci sono anche dall'altra parte.
D'altro canto, quando noi riflettiamo sugli sviluppi in Siria, con una lettura attenta della stampa occidentale più ufficiale, ci rendiamo conto che ciò che viene rimproverato ad Assad è in realtà di mantenere rapporti con l'Iran, gli Hezbollah e Hamas. Non a caso, le forze dell'opposizione siriana, quelle appoggiate dall'Occidente, si sono subito affrettate a dichiarare che loro cancelleranno i rapporti con la Siria, con Hamas e con gli Hezbollah, cioè in altre parole collaboreranno con Israele per reprimere pesantemente i diritti umani del popolo palestinese.

Pensa che le forze in campo combattano ad armi pari?

No, ma secondo me ci sono due sbilanciamenti. Non c'è dubbio: all'inizio anche della guerra contro la Libia - perché di guerra si è trattato - le forze di Gheddafi avevano una superiore potenza militare forze rispetto alle forze di Bengasi. Però, al tempo stesso c'è un altro sbilanciamento: le forze di Bengasi appoggiate dall'Occidente erano e sono risultate nettamente più potenti delle forze di Gheddafi. La stessa dialettica si sta verificando anche per quanto riguarda la Siria. Siccome lei insiste - e a ragione - sulla questione dei diritti umani, io vorrei farle notare un punto essenziale. Non cito Marx ma Franklin Delano Roosevelt. All'inizio della Seconda Guerra Mondiale - gli Stati Uniti non erano ancora partecipi di questo gigantesco conflitto - Roosevelt pronunciò un famoso discorso, quello delle “Quattro libertà”. Una di queste, e quindi uno dei quattro fondamentali diritti umani, era “la libertà dalla paura”. Egli polemizzava in questo caso contro Hitler. Questi, facendo pesare la minaccia di aggressione sui paesi confinanti o vicini, in realtà li privava della libertà dalla paura - che è uno dei diritti umani fondamentali. Ma oggi è la Siria ad essere privata di questo diritto umano fondamentale che è la libertà dalla paura.
Che cosa dovremmo poi dire dell'Iran, dove ci sono uccisioni, attentati, assassini di scienziati? Si tratta di attentati che comportano vittime anche tra la popolazione civile, che vive peraltro sotto il terrore di essere bombardata da un momento all'altro. In questo caso non c'è dubbio che a calpestare il diritto umano alla «libertà dalla paura» siano in primo luogo l'Occidente e Israele.

Sul suo blog ha un video che contesta i disordini e le violenze in Siria. Cosa pensa dei video circolati su youtube che mostrano le violenze dell’esercito regolare?

Sì, in Siria c'è stata una delegazione che ci ha trasmesso questo video. Intanto, noi dobbiamo tenere conto, come in un qualsiasi processo regolare, del principio: audiatur et altera pars – si ascolti anche l'altra parte. Questo è un principio della civiltà giuridica. Noi dobbiamo ascoltare la versione occidentale, ma anche quella siriana. Diversamente, non siamo in grado di argomentare con un minimo di correttezza. E allora, da parte siriana si afferma che sono stati uccisi centinaia e centinaia di membri delle forze siriane. E non credo che questo si possa facilmente mettere in dubbio.
Se le cose stanno così, è evidente che non si può parlare di un esercito che colpisce la popolazione civile, ma si deve parlare di una rivolta armata sin dall'inizio, o almeno di una rivolta che ha visto sin dall'inizio, in certe località, la partecipazione di elementi armati. Quando invece si continua a parlare, ancora una volta, di una repressione che vede da un lato un potere feroce e dall'altra parte una popolazione che manifesta pacificazione, si compie una manipolazione.
Io non sostengo, che ogni manifestante è stato manipolato. Non è questa la mia posizione. E' evidente che in Siria ci sono una serie di contraddizioni religiose, etniche, tra il potere e tra chi invece schierato è contro il potere; quella che io sto negando è la tesi di una repressione sanguinaria e sadica contro una popolazione civile e disarmata.
Quanto alla questione dei video che dimostrerebbero la violenza cieca del regime, secondo me, in questa domanda c'è un po' di ingenuità. Faccio un esempio storico, quello che avviene in Romania alla vigilia del rovesciamento di Ceausescu. Sia chiaro, il regime di Ceausescu era un regime largamente screditato e meritatamente screditato, non lo sto difendendo. Però, lei sa che a un certo punto si diffonde la voce che in una città della Romania (Timisoara) c'è stata una manifestazione e che questa manifestazione è stata non solo repressa nel sangue ma repressa con una ferocia tale da far gridare al «genocidio». Dopo un po', si viene a sapere, e su questo ci sono testimonianze inoppugnabili, che cadaveri prelevati dall'obitorio erano stati mutilati e che tutte queste immagini era finite sulla televisione. Un illustre filosofo italiano, Agamben - non è comunista per esser chiari - ha parlato di questo avvenimento come dell'avvento di una società in cui il vero è soltanto una parte del falso. Ai giorni nostri questa capacità di manipolazione è enormemente aumentata, anche perché internet è tutt’altro che un mezzo ‘spontaneo’.
Perché mai non dovremmo essere diffidenti nei confronti delle fonti occidentali? Quando nel 2003 c'è stata la guerra contro l'Iraq, non ci era stato forse assicurato che l'Iraq aveva armi di distruzione di massa? Non solo: Blair aveva persino affermato che in 45 minuti Saddam sarebbe stato in grado di lanciare i missili con queste armi di distruzione di massa, con le bombe atomiche. In questo caso chi è stato l'erede di Goebbels? Blair. Certo, Saddam era un dittatore feroce ma gli eredi di Goebbels erano Blair e Bush.

Secondo Yevgeny Volk la Russia "nutre ancora un sentimento di lealtà nei confronti degli ex alleati sovietici" (Cuba, Corea del Nord, Iran e Siria), cercando di rimanere una “grande potenza”. Volk collega le tensioni con l'Occidente sulla Siria e l'Iran alle prossime elezioni parlamentari, in un "momento in cui il sentimento nazionalista è in crescita".

Intanto, la cosa la scandalizzerà, ma io non considero un'offesa dire che la Russia di oggi eredita la politica estera dell'Unione Sovietica: la politica estera dell'Unione Sovietica non può certo essere condannata in blocco come qualcosa di orribile.
Questo è il primo punto. In secondo luogo, questa dichiarazione mi sembra ingenua e ideologica. Non c'è dubbio che la Russia aspiri ad essere una grande potenza. Ma secondo me, se al posto di Putin o di Medvedev, oggi presidente della Russia, ci fosse Obama, la Russia continuerebbe ad aspirare ad essere una grande potenza. Non c'è paese di una certa dimensione, con un certo peso militare, economico, che non aspiri ad essere una grande potenza. Cosa c'è di strano che la Russia aspiri ad essere una grande potenza? Non c'è nulla né di strano né di scandaloso.
Trovo invece scandaloso e contrario ad un ordinamento internazionale fondato sulla democrazia il principio più viene affermato dalla tradizione politica statunitense, per esempio da Bush Jr. ma anche da Clinton, il principio in base al quale gli Stati Uniti sono la nazione eletta da Dio con il compito di guidare il mondo. Questo principio è evidentemente antidemocratico per definizione. Se c'è una nazione con il compito affidato da Dio di guidare il mondo, le altre nazioni sono costrette a seguire e ad essere obbedienti. Invece il fatto che un grande paese aspiri a esercitare un ruolo politico internazionale importante non comporta di per sé un conflitto; ci si può mettere d'accordo.

Appare chiaro che intorno alla questione siriana vi sia un gioco di alleanze e interessi che proviene da più fronti.

Su questo ha pienamente ragione. Indubbiamente è in atto quello che nell'800 gli inglesi chiamavano il Great Game, cioè il Grande Gioco geopolitico in base al quale ognuno cerca di guadagnare una sfera di influenza. Questa è la politica internazionale. Quindi su questo punto non ci sono dubbi.
Ciò non ci impedisce di distinguere. Quando dichiara che non si può accettare un intervento in Siria non legittimato dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, la Russia espone un principio di diritto internazionale che va rispettato. Quando invece l'Occidente, per bocca del ministro francese della Difesa Juppé, difende il diritto di imporre sovranamente un «corridoio umanitario», e quindi di operare un intervento militare contro la Siria al fine di aprire questo presunto corridoio umanitario, Juppé teorizza la ‘legge della giungla’. Di questo bisogna prendere atto.
Naturalmente, si può dire che entrambe le parti partecipano al Grande Gioco geopolitico, però vi partecipano in modo diverso. Anche Hitler, quando aggrediva l'Unione Sovietica, partecipava a un Grande Gioco geopolitico così come vi partecipava l'Unione Sovietica. Resta fermo che i due regimi hanno partecipato a questo grande gioco in modo totalmente diverso.

Sulle posizioni dell'Arabia Saudita e sui giochi che si stanno muovendo intorno alla questione siriana?

Per quanto riguarda l'Arabia Saudita non c'è dubbio che rappresenta ‘le forze della reazione’. E' difficile qualificarle diversamente. La condizione della donna è quella che è; non mi pare che ci sia una democrazia parlamentare. La sproporzione fra la ricchezza parassitaria di una piccola minoranza privilegiata e il resto della popolazione è evidente ed è sotto gli occhi di tutti.
In Medio Oriente sta accadendo qualcosa di simile a quello che avvenne in Afghanistan al tempo dell'occupazione sovietica. Questa occupazione era da condannare, ma come rispose l'Occidente? Rispose con un accordo con le forze islamiche più radicali che da Reagan vennero chiamate freedom fighters. Quelle forze diventarono «terroristi» solo dopo essersi schierate contro gli Stati Uniti. E oggi, in Medio Oriente, secondo me, c'è un accordo di fondo tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Fratelli Musulmani: si tratta di imporre regimi che promuovano il fondamentalismo contrapponendosi al tempo stesso all'Iran e volgendo le spalle alla causa palestinese. E così quei regimi faranno il gioco di Israele e contribuiranno a martirizzare ulteriormente il popolo palestinese.
A me pare che Bashar al Assad, anche se solo dopo l'inizio della rivolta e in seguito alle pressioni della Russia e in parte della Cina, abbia accettato di promuovere riforme politiche. Però, ci sono forze che mirano a rendere impossibile l'introduzione di tali riforme, perché interessate allo scoppio su larga scala di una guerra civile che possa legittimare l'intervento dell’Occidente. E quindi, da questo punto di vista io condivido le prese di posizione della Russia e della Cina: occorre rivolgere appelli al dialogo ad entrambe le parti in conflitto. E credo che le forze più illuminate, se ci sono, dell'opposizione siriana possano essere interessate a questa prospettiva.
Se invece le forze siriane dell'opposizione, pur partendo eventualmente da posizioni democratiche e quindi da rispettare, invocano poi l'intervento straniero o fanno di tutto per alimentarlo, esse passano dalla parte del torto. E’ chairissimo.

Il professore Dahmash – palestinese vissuto in Siria – sosteneva che non tutti i palestinesi in questo momento giudichino le rivolte siriane come potenzialmente dannose per la loro causa.

Non tutti i palestinesi hanno la medesima posizione sulla Siria. Anche perché, per quanto riguarda i palestinesi, alcuni sono orientati in senso laico, e altri hanno un orientamento di tipo religioso. I settori di orientamento religioso possono avvertire disagio per una posizione, come quella del regime siriano, che è profondamente laico e che in certi caso ha imposto la laicità dall’alto.
Veniamo alla Lega araba. Secondo me prende una posizione sbagliata. Non c'è dubbio che in questo caso le pressioni occidentali giochino un ruolo, e non c'è dubbio che l'Arabia Saudita giochi un ruolo che io considero nefasto. Mi sembra che ci siano anche tante incertezze nell'ambito della Lega araba, nonostante sia fuori discussione che per ora la Lega è sotto l'egemonia saudita.

La soluzione che auspica alla crisi siriana?

Si tratta di allargare il grado di partecipazione della società civile alla direzione della Siria. Esprimo un parere negativo sulla successione ereditaria. Ma ritengo comprensibile che un paese con una tradizione coloniale alle spalle non riesca ad esprimere un regime costituzionalmente moderno e ben funzionante con la stessa facilità di paesi che non hanno questa tradizione coloniale alle spalle. D’altro canto: gli Stati Uniti che si vantano di essere la più antica democrazia del mondo, in realtà per tutto un periodo storico hanno schiavizzato i neri e sterminato gli indiani. Se mai sono giunti alla democrazia – e su questo si può discutere - ci sono giunti molto tardi. Perché invece dobbiamo fare i maestri inflessibili nei confronti di paesi che noi come Occidente abbiamo a lungo soggiogato, sfruttato, oppresso, e quindi messo nelle condizioni di esprimere solo con grande difficoltà un regime politico moderno