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domenica 8 gennaio 2012

Siria, alawiti 1

Gli alawiti sono la minoranza che governa la Siria, Paese a maggioranza sunnita. Il termine "alawiti", significa seguaci di Ali, vale a dire il cognato e cugino del profeta Maometto e padre del giovane Hussein, l'uomo venerato dagli sciiti e ucciso nella battaglia di Kerbala. L'episodio che diede vita allo scisma tra sunniti e sciiti. Teologicamente gli alawiti sostengono di essere sciiti duodecimani. Oltre al Corano, il loro libro sacro è il Kitab al Majmù. Gli alawiti vivono in tutte le grandi città della Siria, dove sono 2 milioni (circa il 20% della popolazione). Meno di 100mila alawiti vivono in Libano.

Siria, alawiti

Una utile e documentata analisi della popolazione e della religione siriana.
Gli alawiti, setta sciita alla quale appartengono gli Assad, crede in una trinità tutta umana ed ha molte affinità con l'Ismailismo. Come gli Sciiti Ismailiti, gli alauiti credono in un sistema di incarnazione divina, così come ad una lettura esoterica del Corano. Contrariamente agli ismailiti, gli alauiti considerano Alì come incarnazione della divinità della triade divina. Come tale, Ali è il "Significato"; Maometto, che Alì creò con la sua luce, è il "Nome"; e Salman il Persiano è il "cancello". Il catechismo alauita è espresso nella formula: "Mi rivolgo al cancello; mi inchino al nome; adoro il significato." Un alauita prega in una maniera che ricalca la shahada: "testimonio che non c'è Dio al di fuori di Alì." Ma egli deve anche dichiarare che è un musulmano. Gli alauiti credono di essere i veri e migliori musulmani. (...) La religione alauita è segreta e gli alauiti non accettano converititi, né la pubblicazione dei loro testi sacri. La gran parte degli alauiti conosce ben poco dei contenuti dei loro testi sacri o della loro teologia, che è custodita gelosamente da una ristretta cerchia di iniziati (...)  La religione alauita sembra basarsi sullo gnosticismo e sul neoplatonismo. Secondo la fede alauita, tutte le persone erano in origine delle stelle nel mondo della luce, ma caddero dal firmamento a causa della disobbedienza. Il mondo materiale è un luogo pieno di pericoli, nemici e impurità. Il male essenziale di questa esistenza presente può essere evitato con l'aiuto del divino creatore. Ogni alauita ha nella sua anima una parte della luce del divino creatore, cui si può accedere e che porta alla retta via e alla salvezza. I fedeli alauiti credono che si dovranno trasformare o rinascere sette volte prima di tornare ad avere un posto tra le stelle, dove Alì è il principe. Se meritevoli di biasimo, essi rinascono talvolta come cristiani o ebrei, tra i quali rimarranno fino a quando l'espiazione sarà completa. Gli infedeli rinascono come animali. (...)
 
A causa della natura altamente sincretistica della religione, gli studiosi hanno sostenuto che l'alauismo è correlato alla cristianità perché gli alauiti hanno una trinità, bevono vino come possibile forma di comunione e riconoscono il natale. Diverse fonti sostengono invece che i loro riti comprendono resti dei rituali sacrificali fenici.
Anche se gli alauiti riconoscono i cinque pilastri dell'Islam, ma li considerano come doveri simbolici e pochi li seguono.
STORIA
Nel 1939 una parte della Siria nord-occidentale, il Sanjak di Alessandretta, l'odierna Hatay, che conteneva un gran numero di alauiti, venne ceduto alla Turchia dai francesi, facendo arrabbiare la comunità alauita e i siriani in generale. Zaki al-Arsuzi, il giovane capo alauita di Antioco, in Iskandariyya (in seguito chiamata Hatay dai turchi) che guidò la resistenza all'annessione della sua provincia da parte dei turchi, divenne in seguito un fondatore del Partito Ba'ath assieme a Michel Aflaq. Dopo la seconda guerra mondiale, quando le province alauite vennero unite con la Siria, i seguaci alauiti di Sulayman al-Murshid cercarono di resistere all'integrazione. Egli venne catturato ed impiccato dal governo Siriano, di recente indipendenza, a Damasco nel 1946.
Nel 1970, l'allora Colonnello dell'Aeronautica Militare Hafez al-Assad prese il potere ed incitò un "movimento correzionista" nel Partito Ba'ath. Nel 1971 al-Assad divenne presidente della Siria. Lo status degli alauiti venne migliorato significativamente e nel 1974 Imam Musa al-Sadr, capo degli sciiti duodecimani del Libano, proclamò l'accettazione degli alauiti come veri Musulmani. Fino a quel momento le autorità musulmane - sia Sunnite che Sciite - si erano rifiutate di riconoscerli come veri musulmani.

sabato 7 gennaio 2012

siria, Il futuro nelle mani di una donna filo occidentale

Bashar_and_Asma_al-Assad.jpg
La rivista fashion più in, Vogue, l'ha di recente definita "la rosa del deserto" per la sua eleganza e bellezza, tipicamente british. Asma al Assad è la moglie del presidente
siriano Bashar al Assad e potrebbe essere lei la chiave di volta per risolvere la crisi.
Nata 35 anni fa a Londra da una madre diplomatica e da un padre cardiologo, è indicata come la maggiore consulente del marito. C'è chi confida nei suoi ideali liberali e nel suo impegno a favore della "cittadinanza attiva" per metter fine alla dura repressione in atto a Daraa e in altre città del Paese, dove dal 18 marzo sono in corso manifestazioni anti governative. Doppia cittadinanza siriana e britannica, Asma era nota come Emma ai suoi compagni di scuola e di università a Londra. Descritta come «una donna inglese in ogni senso, nel modo di vestirsi, parlare e atteggiarsi» da un giornalista britannico che l'ha incontrata di recente, questa giovane signora potrebbe presto svolgere un ruolo chiave nel futuro della Siria. Come fedele consulente del marito presidente, Asma, che un'altra celeberrima rivista fashion, la francese Elle ha indicato come "la donna più bella in politica", potrebbe riuscíre a convincerlo a metter fine alle rivolte in corso offrendo riforme politiche. Diverse first lady arabe, da Leila Tablisi moglie del tunisino Ben Ali a Susanne Mubarak, moglie dell'ex raìs egiziano, hanno ricevuto diverse critiche per la loro vicinanza ai poteri corrotti; Asrrz, la più filo occidentale delle mogli di capi di Stato mediorientali, è stata invece definita come «la migliore speranza della leadership» di Damasco.
I genitori di Asma, entrambi musulmani sunniti, hanno abbandonato la Siria per trasferirsi a Londra dove il padre, impegnato presso il Cromwell Hospital, avrebbe avuto un miglior livello di educazione e di addestramento medico. Asma è stata educata presso la scuola della Chiesa di Inghilterra prima di frequentare un istituto privato per sole bambine, il Queen's College ad Harley Street. Da qui, Asma è poi andata al King's College di Londra, dove ha studiato informatica e conseguito un diploma in letteratura francese. Dopo sei mesi di viaggi è entrata aIla Deutsche Bank come analista in hedge fund management. Quindi si è trasferita alla banca di investimenti JP Morgan e ha lavorato tra Parigi e New York, oltre che a Londra. Durante una vacanza ín Siria con la sua famiglia ha conosciuto Bashar.
Tl futuro presidente sí è quindi trasferito a Londra per studiare oftalmologia e qui è rimasto fino a quando il fratello maggiore Basil, designato a succedere al padre alla presidenza, è morto in un incidente stradale. Asma e Bashar hanno iniziato a frequentarsi in segreto e lei ha dato le dimissioni dalla JP Morgan solo un mese prima di sposarsi e senza dare spiegazioni. Chi la conosce dice che, ovviamente, avendo trascorso 25 anni della sua vita a Londra Asma abbia valori liberali occidentali.
A Damasco, Bashar e Asma vivono in un appartamento con grandi vetrate e i loro tre figli frequentano una scuola Montessori. Asma parla quattro lingue e i suoi rapporti con la Francia l'hanno portata a impegnarsi a tal punto da riuscire a far aprire al museo del Louvre una sezione dedicata alle attrazioni culturali siriane. Si è anche ímpegnata per la
costruzione di "una cittadinanza attiva" in Siria, cercando di coinvolgere i suoi connazionali in uno "spirito di apertura"
Mentre i social network erano vietati in Siria, Asma si è creata una pagina Facebook personale; figlia di musulmani sunniti, ha un marito che appartiene alla minoranza degli Alawiti. Insieme al padre ha istituito diverse organizzazioni di beneficenza a Londra, come la Syria Heritage Foundation di cui fanno parte, tra gli altrí, Lord Powell, già consulente di Margaret Thatcher, e Wafic Said, il miliardario fondatore della Said Business School presso la Oxford University.
Sulla sua sincerità non ci sono dubbi, ma secondo gli analisti ci sono in realtà poche speranze che lei ríesca realmenté a convincere il marito e la famiglia degli Assad, al potere dal 1963, ad attuare vere riforme ín sen-so democratico. Anche per questo, forse, la bella Asma non è ben vista dalla suocera, moglie del sanguinario dittatore Hafez, e ín generale dalla famiglia del marito.

Siria ,Ecco la mappa della rivolta

Ecco la mappa della rivolta in Siria

Le forze di sicurezza e gli uomini della rivoluzione s’affrontano per il controllo di dieci città chiave

Clicca sulla mappa per ingrandirla
Deraa. E’ a Deraa, lungo il confine con la Giordania, il pericolo più grave per il regime del presidente siriano, Bashar el Assad. Migliaia di manifestanti hanno sfidato per settimane il fuoco dell’esercito e la vendetta del governo. Sono stati i primi a protestare e hanno fatto capire subito quale fosse il loro vero obiettivo: a marzo, in un solo giorno, hanno distrutto la sede del partito Baath, vicino agli Assad da quando sono al potere, e quella della compagnia telefonica Syriatel, che appartiene a un cugino di Bashar (Rami Makhlouf) ed è sottoposta alle sanzioni americane. Le Forze di sicurezza non hanno mostrato pietà per questo posto di frontiera, che è diventato in fretta il centro della rivolta. Hanno arrestato una ventina di bambini che avevano coperto i muri della loro scuola con scritte antiregime, hanno portato i carri armati nel centro della città e ora tremila soldati rastrellano le sue strade. Venti persone sarebbero morte soltanto lunedì. Assad non può cedere: il confine sud, quello dell’Iraq e della Giordania, così come quello occidentale con il Libano, potrebbe essere usato dai ribelli per rimediare armi.

Latakia. C’è stato un tempo in cui Latakia – la greca Laodicea – era capitale degli alawiti, la piccola élite religiosa dominante a cui oggi appartengono tutti i pezzi grossi del regime. Dal 1930 al 1936, fu anche uno staterello costiero inventato dai francesi: il Sangiaccato di Latakia. Non per nulla gli Assad vengono da là. Oggi invece la popolazione della città-porto è mista, ci sono cristiani greco-ortodossi, musulmani e appunto alawiti. La rivoluzione brucia: ci sono manifestazioni, cecchini sui tetti e morti, sedici in due soli giorni alla fine di marzo. Il regime per ora ha mandato truppe a piedi, ma non i carri armati. Nei suoi ampi quartieri residenziali si dice siano nascoste enormi basi della polizia segreta. Perdere la loro ex capitale e un governatorato così importante sarebbe un duro colpo per gli alawiti. Il quartiere centro delle rivolte per ora è Sleibi, nella parte sud.

Homs. C’è una cosa che i giovani di Homs hanno capito bene negli ultimi giorni: le rivoluzioni non si vincono su Internet. I loro appelli alla rivolta diffusi via Facebook e via Twitter non hanno ancora avuto la meglio sulle squadre speciali dell’esercito, che adesso attaccano persino i funerali. Una settimana fa hanno aperto il fuoco nel cuore della notte per disperdere un sit-in pacifico – il video della carneficina è stato diffuso soltanto da due giorni. Questa città di un milione e mezzo di abitanti è strategica per l’industria nazionale, ma è anche il bastione della borghesia, degli avvocati, dei giornalisti e dei medici che qui sono un gruppo potente e ben organizzato. Alla rivolta si sono uniti anche i religiosi. Come Sheikh Sahl Junaid, un rappresentante del clero che raduna a cadenza regolare centinaia di giovani nelle piazze di Homs – e grida loro di scappare quando l’esercito lo avvisa che la pazienza è finita.

Tartous. Conosciuta anche come Tortosa quando era proprietà di crociati e di genovesi, è investita soltanto di striscio dall’ondata di proteste – che per ora avvengono soprattutto bloccando la strada che la collega, a un’ora di distanza, all’altro grande porto siriano di Latakia. Il rischio sembra basso. Eppure è una città decisiva per il regime, perché è stata ceduta al Quinto squadrone della Flotta navale russa. Grazie a un accordo con gli Assad, Mosca ha navi armate di ordigni nucleari nel Mediterraneo, una presenza minacciosa che serve da strumento di pressione geopolitica. Tartous è defilata, ma forse per questo è sempre al centro di intrighi internazionali. Da là sarebbero partiti i carichi segreti di armi forniti dal regime ai mercenari di Gheddafi, là sarebbero arrivati i container nordcoreani pieni di materiale nucleare di contrabbando. Nel 2008 un generale e consigliere di Bashar el Assad, Muhammad Suleiman, fu ucciso da un cecchino nella sua villa sul mare. Si parlò di un assassinio targato Mossad, ma la versione più credibile racconta un’uccisione dovuta a una faida fra i capi del regime.

Jableh. Poche città in Siria hanno la rivolta nel sangue come Jableh. Qui, alla fine dell’Ottocento, nacque Izz ad Din al Qassam, il condottiero musulmano che organizzò la resistenza contro l’esercito francese e proseguì la propria lotta in Palestina – il suo nome è venerato da Hamas, che gli ha intitolato i missili artigianali con i quali colpisce Israele e una brigata paramilitare. Anche questo centro di mare è diventato un problema per il regime: prima le forze di sicurezza si sono limitate agli arresti (oltre 500 persone sono finite in carcere nell’ultimo mese), poi hanno cominciato a sparare. Tredici uomini sono stati uccisi domenica, quando le Forze speciali hanno fatto irruzione nel centro di Jableh per fermare un corteo, ma il bilancio salirà, dato che il regime non intende fare concessioni. Assad ha già ridotto le forniture di acqua e di energia, ora pronto a riportare la propria legge lungo la costa.

Qatana. Quando venerdì scorso anche la città di Qatana, a ovest della capitale Damasco, si è unita alla rivolta con proteste nelle strade, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da quel momento il regime ha scelto di agire con brutalità e ha deciso l’impiego dei carri armati giù al sud. Qatana è una città semi militarizzata – molto vicina al confine con il Libano – che è andata sempre d’accordo con l’esercito, ospita le basi più grandi delle unità corazzate siriane, appartenenti alla Settima divisione (sarebbe di certo una delle prime a essere impiegata in caso di guerra contro Israele). I suoi abitanti sono in maggioranza o militari oppure personale civile che lavora nelle caserme. La ribellione di Qatana equivale quasi a una ribellione dentro l’esercito, l’evento più temuto dal regime. Due settimane fa s’è sparsa la voce – non si sa quanto creata ad arte – che alcuni terroristi islamici, sauditi e iracheni, fossero in città per attaccare una chiesa.

Aleppo. Aleppo la Grigia, la capitale del nord, la terza città cristiana del mondo arabo dopo Beirut e il Cairo, è il simbolo della strategia che il regime intende usare per domare la rivoluzione. I suoi abitanti per ora non si sono uniti alle proteste e – a parte alcune centinaia di studenti universitari, teste calde per eccellenza – non sembrano morire dalla voglia di farlo. La realtà è che il governo sta convincendo i cristiani che il golpe sunnita sarebbe cosa dannosa per loro. Bashar el Assad è sempre stato molto attento a coltivarsi la simpatia del suo dieci per cento di cristiani, arrivando a pregare assieme a loro e leggendo messaggi presidenziali ogni Natale. Come gli alawiti del regime, anche i cristiani occupano una larga parte dei posti migliori, nelle professioni e nelle istituzioni, e temono il rovesciamento dei rapporti di forza che potrebbe seguire alla rivolta. Nei villaggi attorno a Damasco sono arrivati al punto di rimandare matrimoni e di tenere i bambini a casa. Ad Aleppo non è così, non c’è panico, ma la sua sordità alle ragioni delle manifestazioni è eloquente. Se anche là scoppiassero proteste, per i due fratelli Assad sarebbe un grande problema, perché le forze di sicurezza a disposizione in questo momento sono concentrate al sud.

Hama. Nella città di Hama, 150 chilometri a sud di Aleppo, non si registrano grandi proteste. Ma il suo nome ricorre di continuo nelle cronache di questi giorni. Hama è il famigerato “modello Hama”, a cui il regime baathista ricorrerà se sentirà – come già sente adesso – in pericolo la propria sopravvivenza. Hama è il nome maledetto che per tutti questi anni ha paralizzato l’opposizione e ancora oggi blocca tanti siriani dallo scendere in piazza. Nel 1982 il fratello minore del presidente Hafez el Assad, Rifaat, rase al suolo con l’artiglieria la città per schiacciare una rivolta dei Fratelli musulmani con brutalità che fosse d’esempio per chiunque altro. Il numero delle vittime non è chiaro ancora oggi, ma fu tra le ventimila e le quarantamila. Il massacro fu di terribile efficacia e spiega perché una minoranza così debole come quella alawita oggi ha in pugno le leve del potere, pur dovendo confrontarsi con un ottanta per cento di potenziali nemici. I Fratelli musulmani sopravvissuti si dispersero e non se ne è più sentito parlare fino a questi giorni.

Banias. Se si vuole capire come mai il regime di Assad stia usando tanta forza per impedire ai ribelli di prendere la città di Banias, basta guardare la mappa dell’energia siriana. Questa città di cinquantamila abitanti possiede una centrale elettrica e una delle raffinerie più grandi del paese: da Banias dipendono le forniture al nord, compresi i centri portuali della costa siriana. Il governo ha ammassato migliaia di truppe intorno alla città che hanno già attaccato la periferia. Allo stesso modo, ha deciso di mettere sotto assedio la vicina Baida, che è stata “punita” per avere ospitato i ribelli di Banias. “I soldati circondavano i manifestanti nelle piazze e li picchiavano”, ha detto al New York Times il rappresentante di una organizzazione per i diritti umani, Wissam Tarif. Le autorità siriane hanno una versione completamente diversa. Dicono che i ribelli hanno cominciato la guerriglia e sono già riusciti a uccidere nove militari. Di qui la risposta dell’esercito. Dopo gli incidenti di Banias e Baida, che sono cominciati il 12 aprile, anche la Casa Bianca ha definito “un oltraggio” la repressione di Assad.

Damasco. La rivolta siriana non è ancora entrata a Damasco, capitale della Siria e roccaforte degli Assad, la famiglia che guida il paese dagli anni Sessanta. Tutti aspettano quel giorno decisivo e molti pensano che verrà presto, ma sinora l’esercito è intervenuto soltanto alla periferia nord e ha lanciato un messaggio chiaro: non ci saranno sconti per chi manifesta. Da Damasco, Bashar el Assad gestisce la macchina della repressione, mentre il fratello Maher, il capo della guardia presidenziale, si muove sul campo. Bashar ha revocato lo stato di emergenza (senza per questo ridursi i poteri) e rischia nuove sanzioni dall’occidente. Ma il suo pensiero più grande, ora, è tenere i ribelli lontano dalla capitale.

L’atlante della rivolta in Siria

L’atlante della rivolta in Siria

di Lorenzo Trombetta
RUBRICA DAMASCO-BEIRUT Sparita dalle prime pagine dei giornali italiani, la ribellione (e la repressione governativa) in Siria dura ormai da sette mesi. Homs e il suo interland sono l'epicentro della sommossa. Il racconto di un attivista.

Limes 3/2011 "(Contro)rivoluzioni in corso" | Articoli sulla primavera araba
(Carta di Laura Canali tratta da Limes 3/2011 "(Contro)rivoluzioni in corso" - Per ingrandire clicca qui)
Il pressoché unanime silenzio mediatico italiano sulla Siria è in contrasto con quello che sta avvenendo all'interno del paese, in particolare nella regione centrale di Homs.


A metà strada tra l'asse sud-nord Damasco-Aleppo, confinante con il nord del Libano, Homs e il suo ampio hinterland, che finisce per inglobare anche Hama poco più a nord, sono oggi più di ieri al centro del paese. Non solo geograficamente.


La regione a maggioranza alawita è quella a nord-ovest, che dalle spiagge di Latakia-Jabla-Banias si estende verso est fino alle montagne dove sorgono i villaggi da cui provengono i padri e i nonni degli al-Asad e degli altri clan alleati al potere da decenni. Tra la capitale e le montagne dei Nusairiti (termine con cui la storiografia arabo-sunnita per secoli ha chiamato gli alawiti, branca dello sciismo) si trova la regione di Homs. Composta in larga parte da sunniti, ospita a ovest significative sacche di cristiani (Wadi an-Nasara), presenti fino a Safita e a Tortosa sul mare. A sud-ovest c'è il Libano: la regione di Wadi Khaled, punteggiata di qualche località alawita ma tradizionalmente feudo di sunniti e di minoranze cristiane. A est si estende invece la regione desertica che arriva fino ai confini con l'Iraq, interrotta dall'oasi di Tadmor (Palmira), abitata per lo più da tribù sunnite.


Da metà aprile Homs è l'epicentro della rivolta anti-regime più difficile da domare per Damasco. Secondo le cifre fornite dagli attivisti e non verificabili sul terreno, sono 935 gli uccisi provenienti dalla terza città siriana e dai suoi dintorni, su un totale di oltre 3.279 morti (bilancio aggiornato al 5 ottobre 2011). A Daraa, nella regione meridionale dell'Hawran e prima località a ribellarsi a marzo, si contano oltre 600 uccisi, e da Hama (terzo posto) giunge una lista di 391 vittime.


È a Homs, e solo successivamente ad Hama, che i manifestanti erano riusciti a formare un sit-in permanente di protesta nella piazza principale, prima di esser spazzati via dall'esercito e dalle milizie lealiste note come shabbiha; gli attivisti locali affermano che in quella notte del 19 aprile furono uccise centinaia di persone, i cui nomi risultano iscritti ancora tra i "dispersi" perché i corpi non sono stati ancora ritrovati.


È in due cittadine nei pressi di Homs che centinaia (secondo altre fonti, migliaia) di soldati disertori si sono rifugiati e hanno organizzato il primo fronte di resistenza contro le forze fedeli al presidente Bashar al-Asad.


La prima è Rastan, centro di 40 mila abitanti che si trova a metà strada tra Homs e Hama, quest'ultima nota ai più per esser stata nel 1982 teatro di un massacro dalle dimensioni mai ancora appurate compiuto dal regime contro i locali e i ribelli legati alla Fratellanza musulmana al termine di sei anni di guerra civile.Rastan è anche la città natale dell'ex ministro della difesa Mustafa Tlass, sunnita, membro della cerchia di potere del defunto raìs siriano Hafez al Assad. I Tlass sono una dei clan più numerosi e in vista della città. Numerosi suoi membri hanno ingrossato nel corso degli ultimi due decenni le file degli ufficiali e sottufficiali dell'esercito regolare, ma di loro solo Manaf, figlio dell'ex ministro della difesa e vicino a Maher al-Asad, fratello del presidente, è indicato come fedele, almeno formalmente, al regime.


Uno dei primi disertori ad annunciare nei mesi scorsi la sua defezione in un video amatoriale diffuso dalle tv satellitari panarabe veniva proprio da Rastan ed era un Tlass. Assieme a lui, col passare delle settimane, si sono uniti alla rivolta molti altri coscritti e sottufficiali, assieme a un pugno di ufficiali. Questi - secondo i racconti che giungono confusi dalla regione di Homs - hanno provato a resistere all'assalto condotto la settimana scorsa dalle forze governative contro Rastan. I pochi sopravvissuti si sono rifugiati a Talbisse, l'altra località chiave nel braccio di ferro in corso nel centro della Siria.


Talbisse si trova tra Homs e Rastan e, mentre si scrive, vengono riportate notizie di arresti e perquisizioni seguite a spari di arma da fuoco ed esplosioni di colpi di artiglieria, mentre la cittadina è descritta come circondata dai carri armati dell'esercito governativo.


Se attorno a Homs la terra brucia, in città si moltiplicano le notizie di una serie di omicidi mirati, a sfondo confessionale. Il tessuto sociale e urbano di Homs rappresenta un esemplare microcosmo siriano: storicamente dominata dalla borghesia commerciale sunnita che abita i quartieri centrali, condivise anche da cristiani concentrati nell'antico rione di Hamidiya. Vi sono poi quartieri sunniti più popolari - Bab Sbaab, Bab Dreib, Khalidiya - che sono gli epicentri cittadini della rivolta. Questi non distano molto da due sacche alawite - Nuzha e Zahra - confinanti a loro volta con Hamidiya cristiano.


Proprio mentre infuriava la battaglia di Rastan, nel giro di quattro giorni sono stati uccisi da non meglio precisati sicari ("terroristi" per i media di regime, "lealisti" per gli attivisti) tre accademici, un primario di chirurgia e due insegnanti scolastici.Il medico, titolare all'ospedale pubblico di Homs, secondo alcuni resoconti sarebbe stato ucciso per vendetta: avrebbe consentito a uomini dei servizi di sicurezza di prelevare i feriti dai loro letti dopo le manifestazioni di protesta.Uno dei due accademici sarebbe invece stato punito dagli shabbiha perché alla delegazione di deputati russi recatisi di recente a Damasco e Homs "per valutare la situazione" avrebbe raccontato una versione dei fatti diversa da quella suggerita dal regime.


L'agenzia ufficiale Sana ha riferito dal canto suo del sequestro di numerosi carichi di armi nella regione di Homs giunti illegalmente dal Libano. E la tv di Stato trasmette con frequenza quasi regolare le confessioni di "terroristi", siriani, che ammettono di essere in contatto con cellule nel vicino Libano.


Interpellato da Limes, Nasser Diya, pseudonimo di un attivista di Homs rifugiatosi a Beirut, ammette che "sì le armi ci sono in città, ma la stragrande maggioranza degli episodi di violenza sono commessi dalle forze di sicurezza. Se qualche locale risponde o si vendica della perdita di un proprio caro, si tratta ancora di episodi individuali".


"Non si può parlare di opposizione armata", aggiunge Diya. "Non esistono posti di blocco degli oppositori. È impensabile, perché la città è piena di milizie lealiste e soldati fedeli al raìs".


"È vero - prosegue l'attivista di Homs - ci sono stati casi in cui un ospedale privato è stato protetto per qualche giorno da guardie beduine, del quartiere periferico di al-Waar, che si sono unite alla rivolta ma che sono state poi sopraffatte dall'assalto delle forze di sicurezza. Perché le munizioni in mano a chi tenta di resistere sono limitate, mentre il regime ha rifornimenti in abbondanza".


L'ospedale privato al-Barr era stato protetto perché nelle altre cliniche l'ordine impartito a medici e infermieri era quello di non accogliere attivisti feriti, ricorda Diya, confermando quanto trapelato da altre città siriane teatro di repressioni. I media ufficiali smentiscono questa versione dei fatti.

Siria, opposizione a pezzi

Saggi in esilio. E disertori senza armi.

di Gea Scancarello
Più la Siria scivola verso la guerra civile, con 5 mila vittime accertate, più l’opposizione al regime di Bashar al Assad si scopre debole e frammentata.
In Siria manca una Bengasi, «un paradiso protetto», denunciano su internet gli oppositori e gli attivisti: l’enclave in cui costruire una base logistica, progettare le operazioni e, magari, ricevere aiuto e supporto dall’Occidente.
La resistenza al regime è invece articolata in tre movimenti, spesso in aperto contrasto tra loro: il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), l’Esercito siriano libero (Free salvation army) e i cittadini armati che combattono ogni giorno contro le forze di sicurezza.
IL CNT SIRIANO RESTIO ALLE ARMI. Il Consiglio nazionale di transizione siriano è una imitazione del Cnt costituito in Cirenaica che gli occidentali hanno sostenuto e riconosciuto in fretta e furia. Tuttavia, più che un governo provvisorio, quello siriano è un gruppetto di saggi che con Damasco, il regime e la sua gente, ha poco o niente a che vedere. E che, soprattutto, è restio all'uso delle armi.
Vorrebbero invece intervenire sul campo i 10 mila membri - ma si tratta di stime - dell'Esercito siriano libero, braccio armato del gruppo. Sono per lo più assiepati nel campo profughi di Karbayaz, nei pressi di Kilis, al confine tra la Turchia e la Siria; ma alcuni si nascondono invece nelle periferie delle grandi città. Per diventare offensivi hanno bisogno di armi, le stesse che arrivano ai civili attraverso le piste dei contrabbandieri che passano dal Libano, dall'Iraq e dalla Turchia.

HRW pubblica i nomi degli ufficiali disertori che spararono sui manifestanti

I disertori, nuove leve dell'Esercito libero siriano, gruppo armato di opposizione al regime di Bashar El Assad, hanno ucciso giovedì 27 militari nel Sud della Siria.
La rivolta in Siria
La rivolta in Siria
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Lo ha riferito al canale americano Cnn il capitano Kais Katana, uno dei leader delle milizie d'opposizione. Da settembre, in Siria, quella che a marzo era nata come rivolta popolare sull'onda delle rivoluzioni arabe è ormai diventata un conflitto intestino. I disertori che hanno colpito con un'azione militare un check point nella regione di Daraa sono i protagonisti di un rapporto di Human Rights Watch pubblicato giovedì.
Nel documento, l'organizzazione internazionale rivela i nomi di ufficiali dell'esercito regolare siriano che avrebbero ordinato l'uccisione, la tortura, l'arresto arbitrario di centinaia e migliaia di manifestanti nei mesi passati. "Con tutti i mezzi necessari" è il titolo. Alcuni ufficiali, secondo le informazioni raccolte da Hrw, avrebbero infatti ordinato ai propri soldati di fermare proteste e manifestazioni "con tutti i mezzi necessari". I 74 nomi di ufficiali resi noti sono stati raccolti attraverso interviste a 63 soldati disertori, nelle zone ormai tristemente famose di Daraa, Homs, Hama, ma anche della capitale siriana Damasco, relativamente più calma.
Abdullah, un soldato con il 409° Battaglione, 154° Reggimeto, IV divisione, ha rivelato a Hrw che due comandanti di alto grado, il Brigadier generale Jawdat Ibrahim Safi e il Generale Mohammed Ali Durgham hanno ordinato alle truppe di sparare contro i manifestanti in alcune aree di Damasco. Ahmed, soldato della Guardia presidenziale, ha detto che il Brigadier generale Talal Makhlouf, comandante della 105ima Brigata della Guardia presidenziale, ha dato ordine di "sopprimere la protesta e sparare se le persone avessero rifiutato di disperdersi". Jamal, soldato della stessa Brigata, ricorda di aver sparato a un gruppo di manifestanti a 100 metri di distanza: "Cinque sono stati colpiti, credo che due siano morti", ha detto. Un ex membro delle Forze speciali ricorda di aver ricevuto l'ordine di sparare sulla folla e "usare tutti i proiettili a disposizione".
Un altro racconta di aver udito questa frase da un superiore: "Su 5.000 manifestanti, l'obiettivo è uccidere 15, 20 persone". Da marzo, secondo i calcoli di Hrw, 4.000 persone sono state uccise in Siria dalle forze di sicurezza, che avrebbero portato a termine anche torture, arresti arbitrari, abusi contro la popolazione civile. Secondo le autorità di Damasco, i morti sarebbero 1.200, soldati del regime compresi, e le violenze sarebbero opera di bande armate di terroristi appoggiati da forze straniere. Nel rapporto, i ricercatori di Hrw dicono di avere le prove di episodi di violenza da parte de manifestanti, soprattutto da settembre, con l'entrata in scena dell'Esercito libero siriano, ma che le proteste da marzo sono state per la maggior parte pacifiche. Il presidente Bashar El Assad ha negato le violenze da parte del regime pochi giorni fa in un'intervista.
Ma tra i nomi degli ufficiali responsabili di abusi secondo Hrw c'è anche il suo - in qualità di comandate in capo delle Forze armate - e quello di alti funzionari del regime come il fratello del rais, Maher, comandante della IV divisione dell'esercito, Dawoud Rajiha, ministro della Difesa da agosto, e Assef Shawkat, vice alla Difesa influente figura nell'establishment dei servizi segreti. Hrw ritiene che per la gravità degli abusi, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe fare appello per il caso siriano alla Corte penale internazionale.

Siria, Aumentano scontri tra forze armate e disertori

Almeno 27 membri dell’esercito e delle forze di sicurezza siriane sono stati uccisi nel corso di combattimenti con gruppi di disertori nella provincia di Daraa, nel sud del paese. Lo riferisce l’Osservatorio siriano dei diritti umani, un’organizzazione con sede in Gran Bretagna.
A suscitare allarme è anche il rapporto pubblicato da Human Rights Watch, che si basa proprio sulle testimonianze dei disertori. Tutti sostengono di aver ricevuto l’ordine dai vertici delle forze armate di aprire indiscriminatamente il fuoco contro i manifestanti anti-regime: “Nella zona, c‘è sempre almeno un uomo delle forze di sicurezza integrato nella tua unità. Il suo compito è osservare quello che succede nell’esercito. Se un’unità, un soldato o un ufficiale tentano di disertare, ha l’ordine di sparare per uccidere”.
Dichiarazioni in contrasto con quanto affermato dal ministero degli Esteri siriano, secondo il quale le forze di sicurezza hanno l’ordine di non sparare con proiettili veri.
Human Rights Watch sostiene che questi siano crimini contro l’umanità, che siano diffusi e che costituiscano una precisa politica di stato contro la popolazione civile. L’associazione per i diritti umani ha fatto appello alle Nazioni Unite affinché deferiscano la Siria al Tribunale penale internazionale. L’Onu ritiene che le vittime della repressione ammontino a 5.000 dall’inizio delle proteste, scoppiate nove mesi fa.